domenica 25 aprile 2010

65° Anniversario della Liberazione



In occasione di questa festa, pubblico uno stralcio del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce pubblicato su "Il Mondo" il 1° maggio 1925, in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti presentato da Giovanni Gentile durante un convegno organizzato a Bologna il 21 aprile 1925. Da come si può intuire, il manifesto di Croce è una critica al fascismo che si stava facendo larga a quel tempo, ma è anche un tentativo per fermare quella che sarebbe diventata una delle parti più oscure della nostra storia. Aprire gli occhi della gente, quello che ci vorrebbe anche adesso.



Gl'intellettuali fascisti, riuniti in congresso a Bologna, hanno indirizzato un manifesto agl'intellettuali di tutte le nazioni per spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito fascista. [...]. Nella sostanza, quella scrittura è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini; come dove si prende in iscambio l'atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo democratico del secolo decimonono, cioè l'antistorico e astratto e matematico democraticismo, con la concezione sommamente storica della libera gara e dell'avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l'opposizione, si attua quasi graduandolo, il progresso; o come dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl'individui al tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale[...]. E lasciamo da parte le ormai note e arbitrarie interpretazioni e manipolazioni storiche. Ma il maltrattamento delle dottrine e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell'abuso che si fa della parola "religione"; perché, a senso dei signori intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione [...]. Chiamare contrasto di religione l'odio e il rancore che si accendono contro un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere di italiani e li ingiuria stranieri, e in quell'atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce così nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propri di altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e l'animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto persino ai giovani delle università l'antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri in sembianti ostili; è cosa che suona, a dir vero, come un'assai lugubre facezia. In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto [...] mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all'autorità e di demagogismo, di proclamata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamenti alla Chiesa cattolica [...]. Per questa caotica e inafferrabile "religione" noi non ci sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l'anima dell'Italia che risorgeva, dell'Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l'educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento. [...]

giovedì 15 aprile 2010

Non è morto, ma io vi aspetto!

Ma chi voglio prendere in giro? Vi ho mentito, l'unicorno non è morto e quella candela è sempre stata spenta. Aly l'ha capito subito, solo che non poteva saperlo, e neanche io. La soluzione sfugge perché io stesso la porto a sfumare; forse lo sapevo inconsciamente, e non volevo darlo a vedere. Ma Aly l'ha intuito, davvero brava. L'unicorno è sempre stato a terra, deriso non solo da quell'aquila e da quello scorpione, ma da tutti. Può una creatura così mitica essere deriso per il resto della sua vita? Da dove arriva questa crudeltà? Ormai è a terra, e in pezzi. Il fisico neanche lo regge, ha le ali atrofizzate e la coda mozzata, il suo manto bianco è solo un bel ricordo di favole lontane. Cosa importa se muore nel silenzio? Ormai la sua esistenza è stata sempre segnata da quel disagio profondo, che gli ha sempre impedito il volo. Cosa può cambiare? Niente. E allora perché non si lascia andare? Perché non affonda? Sembra quasi un gioco crudele.

Questo blog sarà diventato monotono, ma di una cosa sono certo: non sono cambiato. Sono sempre quel bastardo, pessimista, permaloso, ignorante, fottutamente speranzoso che ogni tanto tira fuori qualcosa di buono. Non è tutto qui gente. Le mie lacrime non sono virtuali, le poesie sono nella mia testa prima di essere in uno stupido blog. E' così, che vi piaccia o no. Se non vi va bene, non fatevi vedere qui in giro, ma venite a casa mia e ditemelo negli occhi, così potremo finalmente andare a ubriacarci. Vi aspetto gente.

lunedì 29 marzo 2010

На один год

Ti amo Marta



mercoledì 17 marzo 2010

Considerazione personale sul Cirano

Dopo l'exploit dell'ultimo post, si ritorna a qualcosa di meno poetico. Da qualche giorno, nella playlist dell'iPod ci sta anche qualche pezzo di Guccini; i classici insomma, da Don Chisciotte a Il vecchio e il bambino, fino a Cirano. Proprio quest'ultima canzone è una delle mie preferite, il perché mi sembra tanto ovvio: mi son sempre sentito proprio come il Cirano di Guccini. E' un poeta incazzato, stanco e deluso da chi lo circonda. Un romantico che, nonostante tutto, continua ad amare e a portare il suo amore in versi; ha una determinazione incredibile, ed è consapevole di poter usare la forza della poesia per affossare gli ignoranti intorno a lui.

Lui ama senza successo, proprio lui non sa attribuire la causa dei suoi fallimenti amorosi e non sembra neanche darci tanto peso: è così e basta. Solo quando è da solo la sua anima esce del guscio e viene trascritta in versi d'amore per Rossana, tanto bella quanto lontana da raggiungere. Lui ama, senza peccato dice, ama ma è triste, e come si può dargli torto? Il suo amore non è mai stato ricambiato, e anche la speranza se ne va via sempre più dolorosamente. Come già detto è un romantico, quindi è convinto dell'esistenza del grande amore.

Fra la folla colma di pregiudizi si sente un estraneo, ma ha dentro una forza poetica in grado di spazzare il male lontano da lui. E quando anche il male è scomparso, rimane solo lui e la sua spada pronta a colpire. Ma i suoi versi di rabbia rimangono ancora una volta nella fodera, e si intuisce che è vicinissimo alla rassegnazione, delirando e fantasticando di un posto in cui tutto è giusto e non c'è sofferenza. Sta quasi per crollare per l'ennesima volta, forse in questo caso la caduta sarebbe talmente devastante da causarne la morte. Gli rimane un solo appello, e lo spende per la sua amata: si strappa il cuore dal petto e lo porge a lei pregandola di non ridere di lui, soprattutto delle sue parole.

Il finale è il classico: l'aria è cambiata e lui non è più solo; sarà sempre un'ombra, che verrà per sempre risaltata da quel sole che è Rossana.

Tralasciando l'ultimo anno di vita e il lieto fine della storia del Cirano, mi son sempre sentito come lui. Stessi pensieri, stessa rassegnazione e voglia di scrivere. Sempre a sognare quel mondo senza sofferenza, a pensare al grande amore. Tutto questo è possibile notarlo anche fra le pagine di questo blog, qualche post da incazzato l'ho scritto anche io, contro tutto e tutti.

Fino a un anno fa ho tralasciato sempre il lieto fine, non essendo mai stato parte di me. Pochi giorni e sarà un anno con Marta, quindi è dal 29 marzo dell'anno scorso che posso riconoscermi fedelmente e senza dubbi nel Cirano, poeta e soprattutto uomo. Posso, ma non sempre ci riesco. C'è solo un dubbio che mi attanaglia: perchè a volte (come in questo momento), mi sento uno dei tanti poeti sgangherati criticati da Cirano?

domenica 7 marzo 2010

Vola, vola

Vola, vola

Il nostro posto è la solitudine del mondo
Luogo cercato da tutti e trovato da nessuno
Le porte di un cancello che solo a noi è consentito scavalcare
Tutto il resto è il nulla

Corri, il tuo corpo nudo solleticato da un’erba verdissima
Sorridi e sei ovunque
Mi conduci alla cima, in punta a quel monte
È il panorama che osserva te

Mi fermo a pochi passi dal baciarti
Scruto il tuo profilo mentre guardi verso l’alto
Accarezzata dal vento leggero e bella come un fiore
Sei la sola

Ti raggiungo in silenzio ponendo fine alla tua attesa
Mi svesto anch’io del pudore e ti adagio ai confini del mondo
Rantoli di follia e brividi di piacere ci accomunano nel momento vitale
Vita mia

Mentre sei distesa a terra, il cielo è puro come i tuoi occhi 
Ancora un bacio sulle tue labbra e faccio mia la tua mano 
Ti accompagno in un viaggio che è la nostra vita 
Vola, vola