giovedì 9 settembre 2010

Sopra la panca la capra crepa!

          Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa

Quante volte abbiamo sentito questo scioglilingua? E quante volte abbiamo sfidato i nostri amici su chi lo ripeteva più in fretta e senza errori? Almeno una volta sicuro. Ma quanti di voi hanno pensato realmente a cosa può voler dire una frase del genere?

Ieri, non si sa come, io e la mia lei siamo entrati su questo discorso, più che discorso è stato un monologo dato che ha parlato solo una persona, e quella persona non ero io. Fatto sta che ha voluto illustrarmi la sua Teoria della capra (©), con tanto di spiegazione logica, razionale e scientifica. Il dubbio principale è questo: perché la capra crepa sotto la panca? Cosa c'è lì sotto di così nocivo per il suo povero corpicino? E poi sopra come fa a campare? Da qui è partito il monologo volto a spiegarmi l'evidente errore di questo scioglilingua.

Secondo la Teoria della capra (©), in ottime condizioni climatiche (il tipico sole che spacca le pietre), quando la capra del suddetto scioglilingua sta sotto la panca, vuol dire che si sta riparando da qualcuno/qualcosa e, ipotesi ancora più attendibile, si sta nutrendo ingerendo (non fumando) un po' d'erba. Invece, quando la capra sta sopra la panca, questa finisce col morire ustionata e con una grave forma di disidratazione provocata dal sole cocente.

Per ora non esistono varianti a questa illustre teoria, quindi non si sa ancora con certezza cosa accadrebbe in condizioni climatiche pessime e con clima glaciale. Se per caso venissi a scoprire ulteriori dettagli non esiterò a postarli qui.

Nel frattempo posso ritenermi personalmente soddisfatto: ora la mia vita ha un senso (anche se con una capra in meno).

P.S.: di seguito posto l'immagine esclusiva del foglietto con la spiegazione della Teoria della capra (©).



(Per vedere la foto ingrandita cliccarci sopra)

venerdì 3 settembre 2010

"No, non si fa!"

Stanotte sono uscito di casa e ho iniziato a camminare. Dopo qualche decina di metri ho incontrato un ubriacone e gli ho detto: "No, non si fa!"; ho preso due birre dalla mia sacca e gliene ho passata una. Poi ho incontrato un suicida e gli ho detto: "No, non si fa!", e abbiamo parlato per quasi due ore: è andato a casa felice come non mai. Più avanti c'era un potente del mondo e gli ho detto: "No, non si fa!": donò quasi l'intero capitale ai poveri del Terzo Mondo, riservandosi una piccola parte per continuare a vivere in pace. Ancora più in là ho incontrato un ladro di biciclette e gli ho detto: "No, non si fa!": diventò il miglior ladro d'auto della storia. Ho incontrato un pazzo e gli ho detto: "No, non si fa!": tre anni più tardi ricevette il premio Nobel per l'economia. Ho incontrato lo scemo del villaggio e gli ho detto: "No, non si fa!": da quel momento, ogni persona che indicava la Luna, lui non si fissava più sul dito. Ho incontrato uno sfruttatore minorile e gli ho detto: "No, non si fa!": diventò docente di Diritto del lavoro. Ho incontrato un boia e gli ho detto: "No, non si fa!": il contraccolpo psicologico fu talmente grave che si torturò da solo, tanti si chiedono come abbia fatto. Ho incontrato un assassino e gli ho detto: "No, non si fa!": continuò a uccidere, e prima di farlo si scusava con le vittime. Dopo aver fatto tutto il perimetro della città, ritornai verso casa. Quando fui quasi arrivato, notai che c'era un uomo davanti alla porta d'ingresso di casa mia. Aveva un aspetto trasandato, vestito di straccioni, lo sguardo perso nel vuoto, barba incolta e capelli lunghi e disordinati. Continuava a fissare davanti a sé, senza avere la concezione dello spazio e del tempo. Quando lo chiamai per nome lui si girò lentamente e iniziò a fissarmi.

Mi dissi: "No, non si fa!".

Non cercare di insegnare la vita agli altri, perché non sempre si ha l'effetto sperato. Piuttosto dispensate consigli, lasciando agli altri di decidere se seguirli oppure no. Insegnate la vita prima di tutto a voi stessi, perché l'esperienza più grande si compie in solitudine.

giovedì 19 agosto 2010

Darei due gambe e due braccia

Il tizio di questo post (a parte il finale allucinato) esiste davvero. Ogni sera si mette sul balcone e si appoggia alla ringhiera; guarda per terra, guarda il giardino. Già, guarda, non osserva. Con la mente è altrove, e io darei un braccio per sapere a cosa cazzo pensa tutte le sere. A che pensa per vivere da solo in quell'appartamento. Magari alla sua consorte ormai defunta, magari ha capito che soffrire per una persona che non c'è più non porta a nulla, e quindi è soddisfatto della sua vita. Ma come fa? Sulla sua schiena sembra portare tutte le pene del mondo, e se ne frega. Non si piega, e quel balcone è lo sguardo che ha verso il mondo: non solo verso la formica che porta la briciola di pane al formicaio, ma osserva anche l'aurora e le stelle cadenti di agosto.

Darei l'altro braccio per fargli i complimenti, perché quando esce con la sua bicicletta è contento e sorride. Da solo, in solitudine. Io non arriverò mai a quel punto, io la solitudine non la sopporto, meno che zero ora che ho trovato una fedele compagna. Non fateci caso, dico sempre che non la sopporto, ma sono il primo a caricarmela in spalla e a portarla per un tempo indefinito.

Darei una gamba per sapere se quello che vedo è un uomo contento, o rassegnato. Rassegnato a tutto, ma se è rassegnato perché continua a uscire sul balcone? Cioè, vai direttamente a letto e aspetta la morte in pace. Non sagrinarti pensando a chissà quali mostruosità umane. Che te ne frega, una bella dormita che domani è un altro giorno. Sono più propenso a pensare alla prima ipotesi (quella del primo braccio).

Darei l'altra gamba per mandarlo a quel paese, perché col suo atteggiamento mi fa sempre perdere un mucchio di tempo. Appena lo vedo non posso fare a meno di fermarmi in quello che sto facendo, e pensare insieme a lui. Ma non sono così bastardo, perché non posso certo fargliene una colpa.

Non darò nessuna delle mie braccia e nessuna delle mie gambe. Mi servono. Per camminare, per toccare con mano i sogni che mi compaiono la notte, per correre verso quell'angolo di luce, per sfiorare gli angoli bui di una bella donna, per amare.

venerdì 6 agosto 2010

Unica guida

Unica guida

Là dove la Luna dista quattro dita da Venere
Talmente bella che sembra lì solo per te

Un braccio prende vita fra gli ulivi
Labbra impregnate di salsedine
L’incontro a metà fra la terra e il cielo
Emozioni di seta e brividi maestosi
Animo vittorioso che sorregge il poeta
Perdo la vita e la ritrovo con te
La malinconia mi raggiunge in festa
mentre la paura risiede nei meandri oscuri del mare

Chiudo gli occhi e seguo la tua luce
Unica guida

martedì 3 agosto 2010

Piangere da soli fa male, meglio in compagnia

25 minuti e credo di aver stabilito un record personale. Solo un'altra volta ho pianto così tanto, ed erano gli anni peggiori. Effettivamente non sta andando proprio bene ultimamente; alcune cause si sanno, altre no. In merito al titolo, credo che sia così. Piangere da solo ti porta a svuotare tutta la merda che hai dentro e buttarla intorno a te, quindi respiri un'atmosfera davvero pesante; cadi giù giù in fondo, fai pensieri folli, e ti trovi solo. Sei solo te che cadi, attorno c'è solo lo schifo che hai mandato fuori. E quando hai finito tutto? Il vuoto, una malinconia esasperante e nessuna persona che è in grado di colmarlo. Ricominci da solo, e quando lo fai dai segno di una grande maturità e forza interiore. Oppure aspetti lì in fondo, nel buio, aspetti di vedere una luce, morta o viva che sia, attendi quella luce. Non dovrebbero esserci controindicazioni se l'attesa non è molta, ma i problemi sorgono quando si aspetta per settimane, mesi, anni: la luce viva marcisce e muore, il resto si può immaginare.

Un'altra cosa è piangere in compagnia, abbracciati alla fidanzata, ad un amico, ad un'amica. Quando piangi sulla spalla di qualcuno non cadi giù, anzi, ti innalzi verso l'alto, esattamente l'opposto di quando si è soli. Questo perché non c'è attesa, e ricominci subito a vivere, meglio di prima (perché svuotato da un gran peso). Tutto quello che butti fuori viene assorbito da quella spalla amica, che lo ricicla in affetto, comprensione e amore, proprio quello di cui hai bisogno di in quel momento. E alla fine delle lacrime, tempo ancora mezz'oretta, e ti sentirai come un leone. Vivo, raggiante, soddisfatto, pronto per sfidare nuovamente il mondo.

Purtroppo questi 25 minuti di pianto, me li sono fatti da solo, chiuso dentro casa e al buio. Nessun contatto con l'esterno, e quel vuoto di cui ho parlato prima lo sto sentendo eccome, e brucia ancora. Ma io non ricomincio. Io aspetto ancora due giorni il suo ritorno, e solo allora potrò vedere la luce viva oscurata da una mano tesa verso me.